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Stati Uniti: la rottura con l'ordine transatlantico

Dalla leadership multilaterale alla logica transazionale

Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti segna una discontinuità profonda nella politica estera americana. Non si tratta solo di un cambio di stile, ma di una ridefinizione del valore attribuito alle alleanze, del ruolo delle istituzioni multilaterali e del rapporto tra potere militare ed economia.

Per decenni, gli Stati Uniti avevano costruito la propria influenza globale attraverso una rete di alleanze stabili, fondate su interessi strategici e valori condivisi. La NATO, in questo quadro, non era soltanto un'alleanza militare, ma una comunità politica di sicurezza. Questa impostazione era stata riaffermata sotto l'amministrazione Biden, soprattutto dopo l'invasione russa dell'Ucraina.

Con Trump, questo paradigma viene progressivamente abbandonato. Le alleanze non sono più considerate vincoli strutturali, ma strumenti negoziabili, il cui valore dipende dal ritorno immediato per gli interessi statunitensi. Il linguaggio politico stesso riflette questa trasformazione: gli alleati vengono descritti come economicamente deboli, politicamente divisi e portatori di valori giudicati non più condivisibili.

Pressione su alleati e uso del potere economico

Questa impostazione si traduce in una politica estera più assertiva e unilaterale. Il ricorso a dazi, minacce commerciali e pressioni dirette diventa uno strumento ordinario anche nei confronti di partner storici. La distinzione tra alleati e competitori economici si attenua, rendendo la cooperazione transatlantica più fragile e contingente.

Il caso della Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, assume un forte valore simbolico. Le pressioni statunitensi su un'area appartenente a un alleato NATO mostrano la disponibilità di Washington a mettere in discussione assetti territoriali consolidati quando entrano in gioco interessi strategici diretti, in particolare nell'Artico.

Ucraina come leva negoziale e ridefinizione delle priorità

Il cambiamento di paradigma emerge con particolare chiarezza nel dossier ucraino. Il sostegno a Kiev non viene più presentato come conseguenza di impegni politici o principi condivisi, ma come oggetto di negoziazione. L'accordo del 2025 sul fondo di ricostruzione e sulle risorse strategiche integra l'aiuto militare in una logica di compensazione economica.

In questo quadro, l'Europa è spinta ad assumersi una quota crescente dei costi della propria sicurezza, mentre la competizione con la Cina rimane la priorità strategica di lungo periodo per Washington. La Russia viene gestita come dossier secondario, alternando pressione e disponibilità negoziale a seconda delle convenienze.

Un'alleanza formalmente intatta, politicamente indebolita

Gli Stati Uniti non si ritirano dall'ordine internazionale, ma ne ricompongono unilateralmente le regole. Le alleanze restano in piedi sul piano formale, ma perdono parte del loro carattere vincolante. Per gli alleati europei, questo segna la fine della certezza che la sicurezza del continente sia garantita automaticamente dalla continuità politica americana.

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Allargamento NATO

Dalle espansioni 1999–2004 all’adesione nordica dopo il 2022

L’allargamento della NATO dopo la Guerra Fredda è diventato un nodo strutturale del confronto tra Russia e Occidente perché combina realtà giuridiche, aspettative storiche e percezioni di sicurezza. Dal punto di vista occidentale, l’espansione è il risultato di richieste sovrane e di procedure formali di adesione; nella posizione ufficiale russa, invece, viene descritta come una violazione di presunte assicurazioni politiche del 1990–1991 e come un progressivo accerchiamento militare.

Le prime grandi tornate post‑1991 includono Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (1999) e poi una più ampia ondata nel 2004 con, tra gli altri, Estonia, Lettonia e Lituania. I comunicati ufficiali NATO descrivono l’allargamento come subordinato a riforme e all’approvazione unanime, e lo accompagnano a cornici per la relazione con Mosca, tra cui l’Atto Fondatore NATO‑Russia del 1997. Negli anni 2000 sono esistiti anche formati istituzionali di cooperazione, a conferma di una relazione non sempre uniformemente conflittuale.

La narrazione ufficiale russa è stata formulata con particolare nettezza nel 2007, quando Vladimir Putin, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, ha criticato l’allargamento NATO come fattore destabilizzante. Dopo il 2014 e soprattutto dopo il 24 febbraio 2022, l’espansione viene richiamata con frequenza nelle dichiarazioni ufficiali russe come minaccia centrale alla sicurezza.

Il caso ucraino complica una lettura lineare in cui l’allargamento da solo spieghi l’escalation. L’Ucraina non era membro NATO e non aveva status di MAP; ha attraversato periodi di non allineamento formale e, ciononostante, è stata attaccata e ha subito annessioni territoriali. Le risoluzioni dell’Assemblea Generale ONU hanno ribadito l’integrità territoriale ucraina.

L’allargamento nordico del 2023–2024 segnala una dinamica distinta: Finlandia e Svezia hanno interrotto tradizioni storiche di neutralità e hanno chiesto l’adesione dopo l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina. Entrambi i governi descrivono la scelta come risposta a un ambiente di minaccia radicalmente cambiato, mentre le autorità russe hanno reagito con avvertimenti su rischi e militarizzazione del Nord Europa. Nel complesso, la documentazione mostra l’allargamento NATO come processo formale e come scontro di percezioni di sicurezza, intensificatosi in modo marcato dal 2014 e dal 2022.

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Russia: guerra lunga, isolamento e convergenza autoritaria

Conquiste territoriali e costi crescenti

Dal 2022, la Russia è impegnata nel più ampio confronto militare con l'Occidente dalla fine della Guerra Fredda. Pur controllando circa il 20% del territorio ucraino, queste conquiste non si sono tradotte in una vittoria politica o strategica definitiva.

Le perdite militari e la mobilitazione prolungata hanno inciso profondamente sulle forze armate e sull'economia, trasformata in un sistema di mobilitazione permanente.

Rottura con l'Europa e dipendenza esterna

Le sanzioni e la fine del rapporto energetico con l'Unione Europea hanno prodotto una rottura strutturale con il continente. La riconversione verso altri mercati ha attenuato l'impatto immediato, ma a condizioni meno favorevoli e con una crescente dipendenza esterna.

Convergenza con regimi autoritari

In risposta all'isolamento occidentale, la Russia ha intensificato la cooperazione con Cina, Iran e Corea del Nord. Queste relazioni non costituiscono un'alleanza ideologica compatta, ma una rete opportunistica fondata su scambi militari, energetici e politici tra Stati sottoposti a sanzioni.

La Cina rappresenta il partner principale, ma in una relazione fortemente asimmetrica, in cui Mosca assume un ruolo sempre più subordinato.

Diplomazia bloccata e guerra ibrida

Mosca partecipa formalmente a iniziative diplomatiche, ma rifiuta qualsiasi accordo che non riconosca come irreversibili le conquiste territoriali. Parallelamente, intensifica l'uso di guerra ibrida: cyberattacchi, sabotaggi e disinformazione contro l'Europa.

Una potenza più militarizzata e isolata

Nel medio-lungo periodo, la Russia appare sempre più militarizzata, isolata e dipendente, capace di disturbare l'ordine europeo ma con margini ridotti di influenza strutturale. La prosecuzione del conflitto diventa così una necessità politica interna, oltre che una scelta strategica.

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